Caso Lucia Regna: l’involuzione del sistema giudiziario nella lotta alla violenza di genere
Scritto da Beatrice Manocchio il Settembre 12, 2025
Ieri 11 settembre, in questa data già tristemente nota, giunge a noi una notizia che rappresenta un duro colpo per l’avanzata della lotta alla violenza di genere. Siamo a Torino e il giudice Paolo Gallo assolve un uomo dall’accusa di maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie, riducendo sette minuti di pugni, che le hanno distrutto il volto e causato una lesione al nervo oculare permanente, ad “uno sfogo riconducibile alla logica delle relazioni umane” e, pertanto, un atto da comprendere piuttosto che da condannare e punire.
Il caso di Lucia Regna: l’analisi
Lucia Regna non ha solo subito dei danni fisici permanenti e degli interventi per la ricostruzione del volto con 21 placche di titanio, ma ha continuato e continua tutt’ora ad essere aggredita da un sistema giudiziario che non è stato in grado di supportare una donna, una persona, che ha avuto la forza di denunciare e dire basta ad un matrimonio fatto di abusi e ingiustizie. Le violenze sono proseguite durante tutto il processo, tra violenza psicologica e di hate speech, un discorso d’odio che è stato costruito ad hoc dalla difesa per dipingere Lucia come una donna che avrebbe “distrutto un matrimonio ventennale comunicando la separazione in maniera brutale” scatenando, così, una reazione in colui che all’epoca era ancora suo marito.
La riflessione
Una retorica, questa, che non risuona molto lontana dall’eco di quel delitto d’onore che rappresentava un’attenuante per l’omicidio delle proprie mogli per aver commesso reale o presunto adulterio e quindi per aver leso l’onore del proprio marito. Lucia Regna è stata allo stesso modo additata di aver scatenato una reazione eccessiva ma comprensibile in un uomo descritto come “sincero e persuasivo” mentre quello a cui ci troviamo di fronte è l’ennesimo fallimento sociale e giudiziario. I media tentano di riproporci la retorica del ribaltamento dei ruoli, in cui la vittima diventa carnefice, responsabile delle percosse e delle violenze subite, mentre l’unico vero carnefice viene giustificato per suscitare una risposta empatica nelle persone. Tra anni di lotte alla violenza, di movimenti femministi e di campagne che incitano le donne a trovare il coraggio di denunciare, tutti e tutte noi abbiamo gli strumenti per una lettura e un ascolto critici di ciò che proviene dai media, ed è nostro dovere riconoscere una violenza e chiamarla col proprio nome.
La violenza di genere è presente ogni giorno tra di noi più di quanto lo si voglia ammettere e sarà realtà finché le donne che denunceranno non troveranno una rete di supporto fitta e coesa che parta non solo dalla base ma soprattutto dai vertici di un sistema che ha il dovere e i mezzi di tutelare i propri cittadini perché “i diritti delle donne sono diritti umani e i diritti umani sono diritti delle donne”.
A cura di Rebecca Oropallo