“40 secondi” di Vincenzo Alfieri – La ferocia che nasce dal silenzio
Scritto da Beatrice Manocchio il Ottobre 20, 2025
“40 secondi” è un film che dura molto più del suo titolo: resta nella mente e nel cuore. Vincenzo Alfieri racconta la storia di Willy Monteiro Duarte, il giovane ucciso durante una rissa a Colleferro, ma lo fa senza trasformarla in cronaca nera o melodramma. Invece, scava nelle ventiquattro ore precedenti, costruendo un racconto corale dove ogni gesto, ogni sguardo, ogni respiro preannuncia la tragedia.
La regia sceglie un tono sobrio, asciutto, quasi documentaristico. Le inquadrature ravvicinate e i tempi sospesi ci fanno respirare la tensione sottile che attraversa quei ragazzi, una generazione sospesa tra apatia e rabbia. La violenza non esplode improvvisa: è già nell’aria, negli sguardi, nelle parole non dette.
Alfieri rinuncia alla retorica e alla spettacolarizzazione, e proprio per questo colpisce più forte. Una delle scene più emblematiche è quella della pecora pestata a sangue da uno dei gemelli: un momento che racchiude l’intero senso del film. L’animale, innocente e inerme, diventa metafora di Willy — della bontà travolta dalla brutalità cieca e dalla violenza gratuita.
È un’immagine che resta impressa, simbolo di una ferocia priva di scopo, di una società che non sa più distinguere forza da prevaricazione. Il film alterna il punto di vista di Willy e dei suoi assassini, evitando giudizi morali ma mostrando con precisione il vuoto dietro la rabbia, la solitudine che genera la violenza. Non cerca né redenzione né giustificazioni: solo la verità, nuda e cruda.
Tecnicamente, “40 secondi” colpisce per l’uso del suono e del silenzio, per la fotografia notturna che trasforma Colleferro in un microcosmo di tensione. Gli attori – in gran parte volti nuovi – regalano interpretazioni sincere e credibili, senza mai scadere nell’enfasi. Alla fine, “40 secondi” è un film necessario. Fa male, ma serve. Ricorda che basta meno di un minuto per distruggere una vita, e forse tutta una comunità. È un cinema civile, essenziale, che non punta alla commozione facile ma alla riflessione profonda.
A CURA DI PRISCILLA MOTTA