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È morto Bernardo Bertolucci

Era uno dei più ammirati registi italiani, famoso per “Novecento” e “Ultimo Tango a Parigi”: aveva 77 anni

Bernardo Bertolucci, tra i più importanti registi italiani di sempre, famoso per film come Novecento Ultimo tango a Parigi, è morto a 77 anni. Nel 1988 diventò il primo – e tuttora unico – italiano a vincere l’Oscar per la migliore regia per il film L’Ultimo Imperatore, kolossal sulla vita dell’imperatore cinese Pu Yi che di Oscar ne vinse in tutto nove. Bertolucci è morto alle 7 di lunedì mattina, delle conseguenze di un cancro, ha fatto sapere una persona che lavorava per lui. Famoso tra le altre cose per essere finito al centro di molte polemiche, per la sua abitudine di usare uno stile esplicito e provocatorio nel rappresentare temi come politica e sessualità, e anche per la durata monumentale di diversi suoi film, Bertolucci è stato uno dei più importanti registi italiani della sua generazione, ma a differenza di quasi tutti gli altri riuscì a passare dal cinema italiano a quello hollywoodiano, raggiungendo una fama internazionale.

Bertolucci era nato nel 1941 a Parma, figlio del noto poeta Attilio. Suo fratello minore Giuseppe, nato nel 1947, sarebbe diventato un noto sceneggiatore, lavorando con lo stesso Bernardo in diversi film. Era cresciuto nella campagna parmigiana, e da adolescente aveva realizzato alcuni cortometraggi con una cinepresa da 16 mm: nonostante l’interesse per il cinema, inizialmente studiò e si dedicò principalmente alla poesia, vincendo anche il premio Viareggio Opera Prima nel 1962. Poco dopo però lasciò la facoltà di Lettere per fare da assistente a Pier Paolo Pasolini durante le riprese di Accattone (1961). Due anni dopo debuttò alla regia con La commare secca, un film sull’omicidio di una prostituta a Roma, sceneggiato proprio da Pasolini.

Nel 1964 girò il suo secondo film, Prima della rivoluzione, sui conflitti esistenziali e sentimentali di un giovane della borghesia agricola parmigiana. Nel 1970 adattò Il conformista di Alberto Moraviama fu nel 1972 che ottenne la fama internazionale con Ultimo tango a Parigi, con Marlon Brando e Maria Schneider. Il film, che racconta di una relazione unicamente sessuale tra due protagonisti che non riescono a inserirsi nella capitale francese degli anni Settanta, suscitò un grande scandalo internazionale per i contenuti estremamente espliciti per l’epoca. Ebbe però un enorme successo di pubblico, e rimane tuttora tra i film italiani con i maggiori incassi.

Novecento, il film successivo di Bertolucci, uscì nel 1976 e racconta l’Emilia nella prima metà del secolo scorso, in oltre 300 minuti di film. Al centro della storia, che comincia nel giorno della morte di Giuseppe Verdi, nel 1901, c’è l’amicizia tra un proprietario terriero, interpretato da Robert De Niro, e un contadino, interpretato da Gerard Depardieu. Sullo sfondo, invece, ci sono i grandi eventi politici del primo Novecento italiano, dal Ventennio fascista alla Resistenza.

Nel 1987 uscì L’ultimo imperatore, sulla vita dell’imperatore cinese Pu Yi, che vinse in tutto nove premi Oscar tra cui quello per il miglior film, la migliore regia e la migliore sceneggiatura non originale. Negli anni successivi, Bertolucci realizzò altri film simili, storici e ad ambientazione esotica: Il tè nel deserto (1990), con John Malkovich e Debra Winger, ambientato nel Marocco degli anni Quaranta; e Piccolo Buddha, con Keanu Reeves, ambientato in Tibet.

Negli ultimi anni fece film meno visti e in alcuni casi meno riusciti, trovando però un rinnovato successo con The Dreamers – I sognatori, diventato un film da manuale del cinema alternativo dei primi anni Duemila. Dal 2003 era su una sedia a rotelle, a causa di un’operazione riuscita male. Nel 2011, a Bertolucci fu assegnata anche la Palma d’Oro onoraria al Festival di Cannes. Il suo ultimo film, Io e te, era uscito nel 2012.

Fonte: www.ilpost.it

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Casamonica, blitz per abbattere le ville del clan

Un corteo di ruspe e bus con a bordo gli agenti è partito dal centro carni di Tor Sapienza, con l’obiettivo di buttare giù gli otto fabbricati. A bordo anche primo cittadino che, insieme al comandante della Polizia Locale Antonio Di Maggio, ha fortemente voluto l’operazione: “Finora – ha detto poi in conferenza stampa – era mancata la volontà politica, il coraggio”

Alcune delle ordinanze di demolizione risalgono addirittura agli anni Ottanta. Ma le regge dei “sovrani di Roma sud” nessuno aveva avuto mai il coraggio di toccarle. Pompose, kitsch e pure abusive, le ville dei Casamonica nel feudo del quartiere Quadraro dovevano essere buttate giù da tempo, da almeno 20 anni. Invece, solo oggi il Comune di Roma è stato in grado di sferrare un duro colpo al clan sinti, anche sulla scia delle maxi-operazioni di proocura di Roma e carabinieri portate a termine negli ultimi mesi e del risalto mediatico ottenuto da alcuni fatti di cronaca, come il raid al Roxy bar di via Barzilai alla Romanina, il primo aprile 2018. Che poi, mafia o non mafia, gli abusi edilizi restano tali, e questi erano certi e certificati da decenni.

40 sgomberati, Raggi: “Mancava coraggio” – Una vera e propria operazione militare della polizia locale di Roma Capitale che hanno imposto lo sgombero a circa 40 persone, alcune delle quali minori, e hanno rinvenuto cocaina durante l’azione. “Quella di oggi è una giornata storica per la città di Roma e per i romani”, scrive su Facebook la sindaca Virginia Raggi, che è anche andata al Quadraro dove è stata oggetto di insulti, anche sessisti, da parte degli occupanti delle abitazioni sgomberate. “Ho voluto partecipare alle operazioni di sgombero e abbattimento per manifestare la presenza delle istituzioni al fianco dei cittadini nella lotta all’illegalità e alla criminalità – scrive Raggi sui social – Noi non abbassiamo lo sguardo. Si tratta dell’operazione più imponente contro la criminalità mai realizzata dai caschi bianchi di Roma. Quelle villette erano da 30 anni lì, realizzate in palese violazione di regolamenti edilizi, vincoli paesaggistici, ferroviari ed archeologici. Alcune case avevano persino inglobato interi tratti dello storico acquedotto felice”. La Raggi ha tenuto anche una conferenza stampa al VII municipio con il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra durante la quale ha detto che finora “nessuno aveva avuto il coraggio” di procedere: “Alcuni procedimenti erano di fatto conclusi ma erano stati messi nel fondo di un cassetto e rimasti lì silenti”.

Salvini: “La pacchia è finita” – Sul posto è corso anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini che nei giorni scorsi aveva annunciato un’operazione simile per la prossima settimana. “Piano piano stiamo riportando pezzi di città alla legalità – dice il vicepresidente del Consiglio – È un bel segnale per Roma, non è il primo e non sarà l’ultimo. Le regole tornano ad essere rispettate. Non sono entrato nelle villette per non intralciare il lavoro delle forze dell’ordine, ma da quello che si vede è emerso lo spazio abbondante occupato e lo sfarzo alle spalle degli altri. La pacchia è finita”.

Il comprensorio di famiglia – L’area è quella adiacente a via del Quadraro, alle spalle del Parco di Torre del Fiscale e adiacente alla ferrovia Roma-Napoli, in parte proprietà del demanio delle Fs, dove i Casamonica – e le loro ramificazioni in Di Silvio, Spada e Spinelli – hanno ottenuto i diritti di superficie. Otto ville in tutto ai civici 106 e 108, tutte su due livelli, che vanno dai 150 ai 400 mq totali. Un unico vasto comprensorio di famiglia. Una di queste abitazioni risulterebbe intestata a Luciano Casamonica, pluripregiudicato del quale gli inquirenti negli anni scorsi hanno documentato anche collegamenti con la ‘ndrangheta. Le abitazioni sono tuttora abitate dalle famiglie di alcuni dei capi arrestati durante l’ultima ondata del luglio scorso, situazione che nei giorni scorsi ha creato non poche preoccupazione fra i vertici di via della Consolazione.

500 agenti, operazione durerà un mese – Questa mattina, un corteo di ruspe in dotazione al Comune di Roma è partito dal centro carni di Tor Sapienza in direzione Quadraro, con l’obiettivo di buttare giù, uno ad uno, tutti gli otto fabbricati. A bordo di una di queste, la sindaca, che insieme al comandante della Polizia Locale, Antonio Di Maggio, ha fortemente voluto l’operazione odierna, anche in risposta ai proclami del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che aveva annunciato un’operazione simile fra una settimana. Al seguito, oltre 500 agenti di polizia locale, che rispondono a 8 comandanti di gruppo (ognuno al comando di una squadra, una per villa) e altri presenti all’interno dell’ufficio mobile di coordinamento e ai confini della zona rossa. “Le operazioni sono iniziate questa mattina verso le 4, proseguiranno per tutta la giornata, avremo turni h24 per i prossimi 30 giorni fino alla fine delle demolizioni”, ha spiegato Di Maggio.

Alcune demolizione attese dal 1977 – La famiglia sinti è molto radicata nel quadrante sud-est della Capitale, sulla direttrice della via Tuscolana, da Arco di Travertino fino alla Romanina. A vicolo Porta Furba, ad esempio, nel luglio scorso sono stati arrestati Giuseppe Casamonica e i suoi adepti. Altre “cellule” sono dislocate fra Cinecitta’, Don Bosco, Morena e La Romanina. Proprio in quest’ultima zona, altro “feudo” del clan sinti, la Polizia Locale ha documentato un’altra serie di abusi annosi – e mai demoliti – come quelli di via Domenico Baccarini 50, 52 e 58, dove le demolizioni si attendono addirittura dal 1977. Il loro patrimonio immobiliare, secondo la Dia, supererebbe i 90 milioni di euro.

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

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Sgomberato il centro Baobab

Questa mattina è stato sgomberato il “presidio umanitario” dell’associazione Baobab Experience in piazzale Maslax a Roma, vicino alla stazione Tiburtina, dove venivano assistiti circa 150 migranti e richiedenti asilo costretti a dormire per strada ed esclusi dall’accoglienza istituzionale. Lo sgombero è iniziato intorno alle 7 di mattina, quando i blindati della polizia hanno circondato il presidio. Gli attivisti di Baobab hanno fatto sapere che la polizia ha prima chiuso i cancelli del parcheggio dentro il quale i migranti erano accampati, poi ha permesso loro di raccogliere i loro effetti personali e di uscire dal campo facendoli salire su dei bus diretti al centro immigrazione di via Patini.

Baobab Experience è un’associazione formata da volontari che lavora per l’accoglienza dei e delle migranti dal maggio del 2015, prima all’interno del centro Baobab di via Cupa a Roma e poi, dopo lo sgombero del 2016, in altri posti della città tra cui piazzale Maslax. Negli anni, scrive l’associazione sul suo sito, più di 70.000 persone sono passate dai suoi campi «ricevendo cure mediche, cibo, una sistemazione per la notte, assistenza legale».

Delle circa 150 persone presenti nel presidio, 140 sono state portate al centro immigrazione della questura di Roma, mentre le restanti sono state semplicemente allontanate, in quanto richiedenti asilo o persone con regolari documenti di riconoscimento: tra queste ultime ci sarebbe anche una famiglia italiana, scrive Repubblica. «Dopo l’intervento di questa mattina», ha dichiarato il coordinatore di Baobab Experience Andrea Costa, «un centinaio di persone rimarrà per strada. È il 22esimo sgombero di questo campo, ma temo che questa volta sia la chiusura definitiva».

La scorsa settimana l’associazione aveva incontrato l’assessora alle Politiche sociali di Roma, Laura Baldassarre, la quale aveva annunciato entro quatto giorni un programma che avrebbe dovuto consentire ai migranti aventi diritto «di essere accolti presso le strutture di Roma», in vista di uno sgombero che era comunque considerato imminente.

Fonte www.ilpost.it

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Fallito referendum ATAC

l referendum consultivo sulla liberalizzazione del trasporto pubblico di Roma di domenica non ha raggiunto il quorum del 33 per cento: ha votato solo il 16,4 per cento degli aventi diritto. Tra questi il 74 per cento ha votato per la fine del monopolio quasi completo che l’azienda municipalizzata ATAC, nota in tutta Italia per una serie di disservizi e problemi, ha nel settore del trasporto pubblico cittadino. La liberalizzazione non avrebbe comportato la privatizzazione del servizio, ma la messa a gara della sua gestione: la scelta di percorsi e tariffe sarebbe rimasta in mano al comune, mentre il servizio sarebbe stato gestito dal soggetto – pubblico o privato – che si fosse aggiudicato l’appalto.

Il deputato radicale Riccardo Magi, tra i promotori del referendum insieme al comitato “Mobilitiamo Roma” e al suo partito, ha annunciato che ci sarà un ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio per la decisione del comune di Roma di mantenere la soglia del 33 per cento per la validità del voto nonostante il nuovo statuto di Roma non preveda più nessun quorum (d’altra parte era un referendum consultivo, quindi dall’esito in ogni caso non vincolante).

Magi ha anche criticato l’organizzazione delle procedure di voto. Secondo i promotori del referendum più di 300mila persone che avrebbero potuto votare secondo le regole, come gli studenti fuori sede e i lavoratori non residenti, non lo hanno fatto perché il Comune ha diffuso l’informazione che avrebbero potuto farlo solo 48 ore prima del voto. Se anche avessero tutti votato, non si sarebbe comunque raggiunto il quorum di 800mila persone: hanno votato un po’ meno della metà. Magi ha anche riferito le lamentele di alcuni cittadini a cui sarebbe stato impedito di votare perché non avevano la scheda elettorale, anche se questa non era necessaria per partecipare al referendum.

I problemi dell’ATAC
ATAC, che è affiancata dall’azienda privata Roma TPL solo per i collegamenti periferici, è in grossa difficoltà da anni. Ha più di 1,3 miliardi di euro di debiti e usa mezzi insufficienti e che continuano a guastarsi: sono duemila ma ne vengono usati solo 1.300 in media perché molti sono in attesa di riparazioni. Ha inoltre un personale organizzato in decine di piccole sigle sindacali che scioperano moltissimo – nonostante i dipendenti di ATAC lavorino meno dei loro omologhi delle altre grandi città italiane – e rendono difficile raggiungere qualsiasi accordo. È a corto di denaro e investimenti soprattutto a causa della difficile situazione economica del comune, principale azionista della società. Il risultato è un servizio inaffidabile e scadente.

All’inizio di gennaio era stata approvata una delibera che aveva prolungato il contratto di servizio con ATAC, in scadenza nel 2019, fino al 2021, quindi per altri quattro anni. Il comune aveva motivato la decisione spiegando di voler dare tempo all’azienda di rimettersi in sesto dal punto di vista finanziario con il nuovo piano industriale presentato a novembre 2017, allora ancora in fase di definizione. L’approvazione del piano industriale da parte del Tribunale fallimentare è arrivata infine il 27 luglio. ATAC è stata ammessa al concordato preventivo, e quindi ha evitato il rischio di un fallimento immediato. Per un determinato periodo di tempo i creditori – principalmente fornitori – non potranno presentare ingiunzioni di pagamento e l’azienda avrà il tempo di ristrutturarsi.

La sindaca di Roma Virginia Raggi ha commentato il risultato del referendum, a cui lei e il Movimento 5 Stelle erano contrari, dicendo che il trasporto pubblico sarà migliorato e con l’acquisto di 600 nuovi autobus, maggiori controlli, la costruzione di corsie preferenziali e lavori nella metropolitana.

Fonte www.ilpost.it