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E’ nata la Carta Arcobaleno, testo unico di informazione rispettosa sulle persone LGBTQIA+

Scritto da il Aprile 29, 2026

Articolo di Tina Rossi su Zetatielle Magazine

Il mondo dell’informazione vive una fase delicata e decisiva. Le parole circolano con una velocità mai vista prima, attraversano piattaforme diverse, raggiungono un pubblico ampio e spesso eterogeneo e il professionista fa sempre più fatica a distinguersi tra vari blogger, Freelancer, youtuber e tiktoker che si spacciano per giornalisti millantando un titolo che, di fatto, non hanno mai conseguito. Distinguersi per serietà e professionalità è diventato impegnativo, in quanto queste figure da social spesso e volentieri minano la credibilità della categoria.

Se essere giornalista significa fare informazione attraverso il pieno rispetto della veridicità della notizia, utilizzando un linguaggio deontologicamente adeguato ad ogni contesto, si capisce perché esiste un Ordine, un codice deontologico e linee guida che vanno regolarmente aggiornate e trasmesse agli addetti ai lavori, attraverso corsi di formazione e aggiornamenti.

Perchè nasce la Carta Arcobaleno

Nel tempo non si è solo evoluto il modo di fare informazione, ma si è sviluppato anche un modello sociale teoricamente più attento all’uso delle parole, in tutela di tutte quelle persone che, pur essendo garantite a livello legale, hanno subìto e subiscono un reiterato e ingiusto attacco mediatico fatto di parole spesso offensive e lesive alla dignità e all’onore. Purtroppo, nel mare magnum del web e delle sue piattaforme, l’informazione e la comunicazione molto spesso scappano ancora di mano per modi e linguaggi, in nome di una leggerezza troppo spesso superficiale e frettolosa.

Il ruolo dell’Ordine dei Giornalisti sta anche nell’intercettare questi bug del sistema mediatico e agire affinché il giornalista continui ad essere un esempio sociale, educativo, etico e professionale di corretta informazione e comunicazione.

In questo contesto ha preso forma la Carta Arcobaleno, un documento pensato per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+ che richiama a una responsabilità che riguarda ogni scelta, dalla scrittura di un titolo fino alla selezione delle fonti.

Il percorso è iniziato a giugno con l’adesione del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte al Torino Pride, a testimonianza dell’impegno contro ogni forma di discriminazione nel rispetto del Testo unico dei doveri del giornalista. Il lavoro è durato oltre sei mesi e accanto al gruppo costituito dal Consiglio dell’Ordine hanno preso parte alla sua elaborazione anche le organizzazioni della società civile riunite nel Coordinamento Torino Pride.

La sua nascita segna un momento preciso nel dibattito pubblico italiano. Il tema della rappresentazione delle persone LGBTQIA+ ha guadagnato spazio negli ultimi anni, spinto da cambiamenti sociali, mobilitazioni civili e una crescente attenzione da parte delle nuove generazioni. In molte redazioni si avverte l’esigenza di strumenti concreti per evitare errori, semplificazioni e distorsioni.

A chi si rivolge la Carta Arcobaleno

La Carta Arcobaleno – si chiama così perchè l’arcobaleno è il simbolo universale della comunità LGBTQIA+ – offre una guida chiara e accessibile, pensata per chi lavora ogni giorno con le notizie, anche se non parla solo agli addetti ai lavori ma coinvolge anche chi legge, ascolta e condivide le notizie.

Il documento si indirizza a una platea ampia. Giornaliste e giornalisti, testate, social editor, editori, comitati di redazione, trovano nella Carta uno strumento operativo da adottare nelle redazioni e nei percorsi di formazione professionale. È uno strumento chiaro, concreto e condiviso per chi lavora nell’informazione, con l’obiettivo di promuovere narrazioni che rispettino le soggettività LGBTQIA+, al fine di evitare stereotipi o correggere storture e, al contempo, di valorizzare il potenziale trasformativo del linguaggio e delle scelte editoriali.

Le trasformazioni digitali hanno cambiato il mestiere. Le notizie si diffondono sui social, i commenti accompagnano ogni contenuto e il pubblico interagisce in tempo reale. Questo scenario richiede nuove competenze e una maggiore attenzione alle conseguenze delle parole. La Carta tiene conto di questa evoluzione e propone linee guida adatte al presente.

Anche i percorsi formativi possono trarre beneficio da questo strumento. Le scuole di giornalismo, i corsi universitari, le iniziative di aggiornamento professionale trovano nella Carta una base solida per affrontare il tema della rappresentazione. Le nuove generazioni entreranno così nel mondo dell’informazione con una sensibilità diversa e riferimenti chiari.

Il documento invita, inoltre, le redazioni a interrogarsi sul proprio funzionamento interno. La qualità dell’informazione passa anche dalla composizione dei team, dalla presenza di competenze diverse e dalla capacità di ascolto.

Gli obiettivi

Ogni parola incide sulla percezione della realtà. Un titolo può rafforzare un pregiudizio oppure aprire uno spazio di comprensione. Una scelta lessicale può includere oppure escludere. Il documento richiama questa responsabilità e invita chi scrive a esercitarla con cura.

Il giornalismo costruisce immaginari collettivi e le storie pubblicate contribuiscono a definire ciò che la società considera rilevante.

La Carta Arcobaleno nasce con un intento preciso: migliorare la qualità dell’informazione. Non si limita a segnalare errori da evitare, ma indica una direzione, valorizza il potenziale del linguaggio, propone un approccio più consapevole, non imponendo ma proponendo linee guida per corrette narrazioni capaci di rappresentare le persone LGBTQIA+ in modo equo e completo.

La qualità dell’informazione riguarda anche chi legge. Il pubblico ha diritto a contenuti accurati, verificati, privi di distorsioni: la Carta rafforza questo principio e lo collega al tema della rappresentazione. Informare bene significa anche evitare discriminazioni, omissioni e stereotipi.

C’era davvero bisogno della Carta Arcobaleno?

In teoria la risposta dovrebbe essere “no” perchè il Testo Unico Dei Doveri del Giornalista copriva già ampiamente il concetto deontologico di corretta informazione e comunicazione, con linee guide precise ed esaustive. Ogni giornalista che vive il suo ruolo nella piena consapevolezza del potere che ha la parola e la stampa in generale, non dovrebbe avere bisogno di una Carta Arcobaleno, e neanche il lettore, che in qualche modo è, in parte, il riflesso dell’informazione che riceve, così come una società emancipata, progredita e civile, nel senso più contemporaneo del termine, non dovrebbe avere bisogno di una legge sul femminicidio o un decreto sicurezza.

In realtà, purtroppo, la risposta è “sì”, c’è bisogno di una Carta Arcobaleno, e la risposta trova conferma nella storia recente dell’informazione italiana. Il racconto della comunità LGBTQIA+ ha attraversato stagioni diverse, segnate da un linguaggio che per lungo tempo ha riflesso più i limiti culturali del contesto sociale che la complessità delle persone. In molte pagine di cronaca e in numerosi titoli si riconoscono tracce evidenti di un’impostazione segnata da pregiudizio, talvolta da un sottile bigottismo, più spesso da una consuetudine lessicale che ha finito per normalizzare espressioni inadeguate.

Alcune parole, ripetute nel tempo senza un reale aggiornamento, hanno assunto significati e, quindi, funzione deformante. Hanno contribuito a costruire immagini semplificate, a ridurre identità articolate a etichette immediate, a orientare la lettura dei fatti lungo direttrici già tracciate. In questo processo il linguaggio ha perso precisione e ha progressivamente incorporato automatismi che oggi risultano evidenti.

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