Good Boy: l’orrore secondo il miglior amico dell’uomo
Scritto da Beatrice Manocchio il Ottobre 16, 2025
Con *Good Boy*, il regista Ben Leonberg firma uno dei debutti più curiosi del panorama horror recente. Dietro la semplicità apparente del titolo si cela un esperimento percettivo: raccontare la paura dal punto di vista di un cane. L’idea, tanto audace quanto rischiosa,
funziona sorprendentemente bene.
Good boy, recensione del film
Il film segue Todd, un uomo segnato da un lutto che si rifugia in una casa isolata insieme al suo cane Indy — interpretato, in modo sorprendentemente naturale, dal cane reale del regista. È Indy il vero protagonista: attraverso i suoi occhi e i suoi sensi si costruisce un
racconto fatto di suoni, ombre e presenze invisibili, in cui l’umano appare fragile e cieco. Il mondo animale, invece, è pienamente ricettivo all’oscuro.
Leonberg evita i cliché del “film con l’animale eroico”. Non c’è sentimentalismo, ma un realismo quasi documentaristico, ottenuto grazie a una regia che osserva Indy con rispetto, mai con ironia o eccesso di umanizzazione. La macchina da presa rimane bassa, immersa nel suo campo visivo, trasformando il film in una sorta di *horror etologico*: il terrore nasce dal comportamento, non dagli effetti speciali.
La tensione è asciutta, costruita sul silenzio e sui rumori ambientali più che su spaventi improvvisi. Il film dura appena 73 minuti, ma è densissimo: ogni scena è calibrata per mantenere la prospettiva animale senza forzature. L’orrore, in fondo, non è tanto nel soprannaturale, quanto nella nostra incapacità di percepire ciò che gli altri esseri — umani o non — riescono a vedere.
Sul piano tematico, *Good Boy* ribalta il rapporto classico tra uomo e cane: non è più l’animale a essere guidato, ma l’uomo a essere protetto e salvato. In questa inversione si cela un messaggio commovente: la fedeltà animale come ultimo baluardo contro il male e
la solitudine.
Pur con qualche limite nella caratterizzazione dei personaggi umani e una sceneggiatura essenziale, *Good Boy* si impone come un piccolo film d’autore travestito da horror da festival. È un’opera che osa e riesce, dimostrando che a volte per guardare l’orrore negli
occhi bisogna abbassarsi… fino all’altezza di un cane.
A CURA DI PRISCILLA MOTTA